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giovedì, 05 giugno 2008

Un’archeologa chiamata a predire il futuro

A cura di Claudia Patrone

 

Gabriella Angela Massa, un’archeologa – italiana di nascita e forse inuit di adozione – coordinatrice dell’International Polar Year per la Provincia di Torino: quali sono le novità sullo studio dei poli che ancora non conosciamo?

La prima novità importante è che la comunità scientifica internazionale ha deciso di prorogare al 2009 l’Anno Polare Internazionale, al fine di terminare le ricerche avviate nel 2007, poiché tali studi richiedono il tempo necessario alla sperimentazione e all’analisi dei dati.

 

L’Anno Polare Internazionale (Ipy) è un’iniziativa promossa dall’International Council for Science (Icsu) e dalla World Meteorological Organisation (Wmo), finalizzata alla ricerca scientifica e a sensibilizzare il grande pubblico e soprattutto i giovani sull’assoluta necessità di preservare e salvaguardare l’ambiente polare, così importante per il mantenimento dell’ecosistema del nostro pianeta. L’Anno Polare Internazionale 2007-2008 ha coinvolto migliaia di scienziati di 60 nazioni in una campagna di ricerca, coordinata su scala internazionale, volta a definire un quadro più approfondito e completo della mutevole situazione delle regioni polari. A questo scopo, sono stati avviati 238 progetti, di cui fatto importantissimo e abbastanza raro numerosi progetti Education and Outreach. Proprio con la finalità di sensibilizzare i giovani, la Provincia di Torino ha promosso per l’Anno Polare Internazionale un progetto speciale dedicato alle scuole superiori, intitolato. Gli studenti della provincia di Torino scoprono le regioni polari del pianeta Terra, affidando alla scrivente il coordinamento di tutte le iniziative inserite nel calendario provinciale dell’Ipy.

I progetti di Education and Outreach hanno favorito iniziative e numerosi eventi, quali mostre, conferenze, laboratori aperti anche al grande pubblico, volti ad approfondire le tematiche relative alle popolazioni circumartiche e ai grandi cambiamenti climatici e ambientali che negli ultimi decenni hanno influenzato il loro modo di vivere, turbando l’equilibrio del nostro pianeta e mettendo in pericolo la sopravvivenza delle generazioni future.

Il Primo Anno Polare Internazionale (1882-1883) fu promosso dall’esploratore austriaco e tenente di vascello Karl Weyprecht, ufficiale, scienziato, con lo scopo di raccogliere dati mondialmente uniformati finalizzati alla comprensione dei processi globali polari. Seguirono il Secondo Anno Polare Internazionale nel 1932-33 e il Terzo Anno Polare Internazionale, detto anche Anno Internazionale della Geo-Fisica, nel 1957-1958. Il Quarto Anno Polare Internazionale (2007-2009) sta studiando i grandi cambiamenti climatici, utilizzando le nuove alte tecnologie che si sono sviluppate negli ultimi cinquant’anni. Queste nuove tecniche di ricerca (satelliti per l’osservazione della terra, biologia molecolare e molto altro) offriranno enormi opportunità per aiutarci nella comprensione dei sistemi polari.

 

Una ricercatrice del tempo passato che è finita per approfondire tematiche relative alla geografia attuale e a prevedere le evoluzioni future: come si lega tutto questo?

Ti risponderò citando parte della prolusione di “La scienza e l’uomo” del prof. Carlo Rubbia, Università di Bologna: Il desiderio di ricercare, e cioè conoscere, è l’espressione concreta di uno degli istinti più profondi dell’essere umano, che ci caratterizza in quanto tali: la curiosità. È la curiosità che ha guidato tutto il processo di evoluzione, che ha portato l’uomo a uscire dalle caverne e conquistare la Luna. Per l’Homo sapiens il bisogno di comprendere è quindi irrinunciabile. Ogni forma di civilizzazione umana ha avuto la sua scienza, che essa sia medicina o astronomia o altro. Non andrebbe dimenticato quanto siamo fortunati di vivere in un’epoca in cui gli strumenti necessari per dischiudere i segreti più disparati della natura arrivano alla portata della nostra tecnologia. La natura è stata generosa con noi e ci ha permesso di scoprire molte cose: stiamo vivendo il periodo più ricco nella storia delle scoperte scientifiche. Ma l’uomo è anche faber, cioè vuole inventare e costruire, per sé e per gli altri. È quella che si chiama oggi tecnologia. Ma, per costruire, bisogna conoscere e prevedere. Da qui l’essenziale e universale legame tra la scienza e la tecnologia, tra la conoscenza e l’invenzione.

La mia formazione di archeologa mi permette di avere una visione globale della storia dell’umanità, della sua evoluzione, dei suoi progressi nella civiltà. Queste conoscenze sono molto importanti per meglio capire il mondo di oggi, pieno di contrasti, di sfide. Lavorare con i cosiddetti popoli mi obbliga quindi ad approfondire tutti gli argomenti che li riguardano, dalle scienze umane e sociali alla ricerca spirituale e scientifica, per tentare di capire quale sarà il futuro, dei popoli artici ma anche dell’umanità in generale.

Alla tua domanda sulla geografia attuale rispondo che, a causa dello scioglimento del ghiaccio marino, destano particolare preoccupazione i tentativi compiuti da alcuni Paesi che si affacciano sulle regioni artiche di estendere le loro zone di influenza al fine di assicurarsi i profitti delle risorse naturali. In effetti, secondo le convenzioni marittime internazionali, la sovranità delle aree marittime è data dall’espansione dello zoccolo continentale, che con lo scioglimento del ghiaccio aumenterebbe.

 

Sei una delle massime conoscitrici dei popoli artici: cos’hai imparato da loro?

Questo popolo mi ha insegnato moltissimo a livello personale: amore, rispetto, semplicità, accoglienza, disponibilità, forza e tenacia.

Più in generale, per quanto riguarda la tenacia, la forza e la capacità di sopravvivenza in condizioni estreme, posso dire che le civiltà iperboree si sono sviluppate in un clima rigido e in un ambiente ostile. Gli inuit vivevano e vivono tutt’oggi tra la neve e il ghiaccio d’inverno e d’estate sulle nude rocce; la loro terra non produce nulla, non hanno a portata di mano che risorse come gli arbusti, il combustibile naturale, metalli e animali. Eppure questi popoli, a forza d’ingegnosità e resistenza, hanno imparato a vivere in armonia con la natura violenta che li circonda, amandola, rispettandola, e a fare di questi spazi desolati la terra dove abitare.

Sul piano umano, gli inuit ci insegnano il rispetto per gli altri (giovani, donne o anziani), del gruppo e della società. In effetti, prima del contatto con i quallunaat (gli uomini dalle sopraciglia cespugliose così ci definiscono), la società inuit era ampiamente egualitaria, senza gerarchie o autorità formali, basata sulla libertà di scelta finché non comportava problemi per gli altri. Le decisioni si prendevano in gruppo con il consenso generale e le questioni di maggior rilevanza erano discusse dagli anziani, ma ciascuno poteva dire la sua opinione. Gli anziani godevano di grande considerazione, sia in famiglia che nel gruppo, per la grande esperienza accumulata e l’abilità a raccontare storie ed a educare i bambini. Gli anziani erano la memoria storica e tecnologica del gruppo, cioè coloro che conoscevano e tramandavano la tradizione. L’uomo e la donna avevano ruoli essenziali e complementari, indispensabili per la sopravivenza del nucleo famigliare e del gruppo: l’unità familiare si basava sull’uguaglianza e la cooperazione dei coniugi. Gli inuit avevano anche un grande rispetto per i bambini. Ritenevano che alla nascita di un bambino lo spirito di un loro antenato rivivesse nel neonato al quale veniva dato il suo nome. Dal momento che il bambino era, in un certo senso, una parte del suo antenato, gli veniva tributato lo stesso rispetto e trattamento di un adulto. La conseguenza di queste credenze rendeva i bambini relativamente liberi, a meno che non recassero danno e sé o alle attrezzature di caccia e dell’abitazione.

Dagli inuit impariamo anche lo spirito di collaborazione e la condivisione: la cooperazione era essenziale per la sopravvivenza del gruppo, poiché da essa dipendeva la sopravivenza. Per esempio, per la caccia alla foca, effettuata d’inverno, era richiesta la collaborazione di un gran numero di cacciatori; dava sicurezza il grande senso di ospitalità e condivisione delle risorse. In seno al gruppo non esisteva competizione, poiché sarebbe stata inopportuna e dannosa, avrebbe causato tensioni e provocato la separazione del gruppo, diminuendo le possibilità di sopravvivere all’inverno.

Ma la lezione più preziosa, anche se può sembrare paradossale, è quella del rispetto della vita: umana, animale, vegetale, spirituale.

 

Essere donna nel tuo mestiere: qualche esperienza e riflessioni.

Non mi sono mai posta il problema, e devo affermare che non ho mai avuto nessuna difficoltà a lavorare con i colleghi maschi, con i quali esiste un ottimo rapporto professionale e di amicizia. Devo confessarti comunque che, quando si lavora con la gente, spesso essere una donna è un vantaggio, perché si riesce a penetrare più profondamente nei meandri intimi delle persone. Le spedizioni e i viaggi che ho fatto nel nord del Canada e nel Labrador sono sempre state esperienze bellissime e formative e, negli ultimi anni, ho il privilegio di farle con mio marito, Gianni, che si è appassionato alle mie ricerche… o forse ai meravigliosi luoghi dove lavoro!

Vorrei sottolineare che una parte del successo che ho nel mio lavoro è dovuta, fin dall’infanzia, al sostegno incondizionato della mia famiglia, alla mia costanza e passione per gli studi e all’eccellente formazione professionale che ho ricevuto all’Università Laval di Quebec, che mi ha permesso di ottenere una solida base scientifica e culturale.

 

Leggendo il tuo curriculum, scopro che hai ottenuto un master in architettura militare antica e storia militare: una sorpresa, considerando la tua attività e i tuoi interessi. O no?

Curiosità, amore per gli studi, rigore scientifico sono le parole chiave. La storia e l’architettura militare ci parlano della storia dell’umanità. Purtroppo, le guerre sono state per secoli il motore della ricerca tecnologica e scientifica. E forse lo sono ancora oggi, almeno in parte. Mi ha sempre incuriosito capire come le antiche civiltà costruissero armi e strumenti di offesa, per poi proteggersi costruendo opere per la difesa….

Confrontare poi queste civiltà con la cultura inuit, che nel suo vocabolario non ha neppure un termine per indicare la guerra, è oggetto di profonda riflessione. Ricordo che, durante il suo soggiorno a Torino, un’amica inuit mi chiese cosa fosse quella grande struttura in mattoni che vedeva: il mastio della Cittadella. Le spiegai che era l’antica porta di fortificazione della città. Però dovetti anche spiegarle che cos’è una fortificazione, e la sua funzione. Dopo una lunga pausa di riflessione, la mia amica disse: Ma perché i qallunaat sprecano le loro energie per costruire una cosa che poi qualcuno tenterà di distruggere?.

 

Come ti sei avvicinata alla cultura inuit? E come si è creato questo legame così forte?

La curiosità, l’amore per gli studi, il rigore scientifico il caso? Sicuramente è stata la mia passione e la voglia di conoscere queste civiltà lontane e misteriose. Il mio amore per l’Artico, i grandi spazi e la natura mi ha portata a creare legami durevoli con il popolo inuit del Canada, che amo e rispetto profondamente. Il legame forte si è creato molto presto: è facile amare e rispettare questo popolo. Ma è un argomento molto personale, che coinvolge altre persone e per il quale sono sempre un po’ restia a parlare.

 

Cos’è “Cryosat 2”?

Un contributo importante al Quarto Anno Polare Internazionale è offerto dall’ESA (Agenzia Spaziale Europea), che ha messo a disposizione le informazioni in proprio possesso sulle osservazioni del pianeta Terra, contenenti dati satellitari attuali e storici (risalenti fino a quindici anni fa) raccolti dai satelliti Ers 1, Ers 2 ed Envisat.

Nel 2009, al termine dell’International Polar Year, l’ESA fornirà un altro rilevante contributo alla ricerca sulle regioni polari con il lancio di Cryosat 2, un satellite che monitorerà accuratamente i cambiamenti dello spessore dei ghiacci polari, marini e montani. Le osservazioni effettuate nel corso dei tre anni della missione forniranno prove decisive sulla velocità alla quale le riserve di ghiaccio si stanno riducendo.

 

Come si svolge l’attività del tuo gruppo di studio? Osservate e monitorate soltanto gli effetti dei cambiamenti climatici ai poli o attuate iniziative specifiche per modificarne il corso?

Vorrei precisare che il lavoro di studio e ricerca che svolgo è finalizzato ai popoli del ghiaccio in generale, e in particolare agli inuit del Canada, nazione con la quale ho un profondo legame  anche affettivo avendo vissuto, studiato e lavorato nel Quebec dall’infanzia, fino al mio trasferimento in Italia. Le ricerche che svolgo riguardano dunque gli essere umani, quindi tutto ciò che li circonda: scienze umane, scienze sociali, scienze pure ed applicate. In questi ultimi anni il lavoro si è concentrato in particolare sulle problematiche che riguardano la sopravvivenza di questi popoli in aree altamente a rischio a causa del global warming.

Come tutte le ricercatrici lavoro da sola, ma proprio perché studio i popoli ho spesso l’opportunità di lavorare e confrontarmi con studiosi della comunità internazionale, quali, per citare solo alcuni colleghi e amici italiani, Roberto Azzolini (responsabile Cnr-Polarnet), Mario Brigando (esploratore patagonico), Gianluca Frinchillucci (esploratore, ricercatore e direttore del Museo Polare Silvio Zavatti di Fermo), Giorgio Marinelli (esploratore), Franco Michieli (alpinista ed esploratore), Davide Sapienza (giornalista e scrittore), Maria Teresa Scarrone (direttrice del Museo Giacomo Bove di Maranzana, Asti) e Luciana Vagge Saccarotti (ricercatrice progetto Carta dei Popoli Artici, Il popolo nency della penisola di Yamal, e molti altri).

 

I popoli del ghiaccio, senza mezzi termini, rischiano l’estinzione. Ne sono consapevoli? Come si stanno modificando le loro abitudini di vita?

Le popolazioni autoctone dell’Artide quali inuit, evenchi, jacuti, nency e molti altri popoli circumpolari sono state tra le prime a subire le pesanti conseguenze che il riscaldamento globale causa all’ambiente, e ci mettono in guardia dai pericoli derivanti dai cambiamenti climatici che minacciano le regioni artiche.

A causa dell’aumento del livello degli oceani e dell’instabilità del clima, i ghiacci che d’inverno proteggevano le coste artiche si formano molto avanti nella stagione invernale ed espongono numerosi villaggi della costa alle violente tempeste dell’Oceano Artico. Molte case sono distrutte dalle mareggiate, altre devono essere abbandonate.

La situazione è talmente grave che gli inuit hanno deciso di denunciare alcune grandi compagnie petrolifere, quali la Exxon, la Shell e la Bp, considerate le responsabili del disastro: il pianeta si sta riscaldando a causa delle emissioni di gas serra, dunque è per colpa dei petrolieri che si stanno sciogliendo i ghiacci del Polo Nord. Questa sfida lanciata ai giganti del petrolio dagli inuit è la prima causa mai intentata negli Stati Uniti per reato di global warming. A causa dello scioglimento del ghiaccio marino, destano particolare preoccupazione anche i tentativi compiuti da alcuni Paesi che si affacciano sulle regioni artiche di estendere le loro zone di influenza al fine di assicurarsi i profitti delle risorse naturali. Oltre alle risorse naturali, i Paesi limitrofi alle regioni artiche sarebbero interessati anche ai consistenti banchi di pesci e di granchi e alla possibilità di aprire nuove vie marittime libere da ghiaccio nel nord del Canada e della Russia, che comporterebbero grandi risparmi nel trasporto di risorse energetiche e di merci.

I cambiamenti climatici sono anche responsabili delle variazioni nell’equilibrio naturale di fauna e flora. Per esempio, molte mandrie di alci, caribù (renna canadese) e renne hanno dovuto modificare le antiche vie di migrazione alla ricerca di nuovi pascoli e hanno sempre più difficoltà a trovare il cibo a causa dell’assottigliamento della crosta di ghiaccio. Foche, leoni marini e orsi polari soffrono ormai della mancanza di cibo e sono a fortissimo rischio di estinzione. Anche il patrimonio ittico è in forte calo, con la conseguente rilevante riduzione di una delle principali fonti alimentari di decine di migliaia di popoli autoctoni. L’assottigliarsi del ghiaccio compromette anche la riproduzione e la sopravvivenza dei cuccioli di specie animali, quali le foche e gli orsi polari. L’innalzamento della temperatura sta modificando la linea subartica della vegetazione, che sta lentamente avanzando verso nord, introducendo nell’Artico le specie animali e vegetali che vivono nelle foreste.

Ad essere minacciati non sono solamente flora, fauna e popolazioni artiche, ma l’intero pianeta. Senza ghiaccio, e di conseguenza senz’acqua, il pianeta non può sopravvivere. Proprio per questa ragione è importante concentrarsi sul ruolo vitale delle regioni polari e gli inuit ne sono consapevoli.

Questo popolo, pur adattandosi alle nuove tecnologie, è rimasto profondamente legato all’ambiente che lo circonda e si sta battendo per difenderlo. Nei villaggi e nelle comunità del Grande Nord, numerose iniziative sono state avviate per mantenere la continuità con i valori tradizionali, perché i cosiddetti popoli del ghiaccio continuino ad avere un ruolo importante nel modo in cui si riconoscono e si definiscono. Grazie al loro ingegno e alla loro resistenza, hanno imparato a vivere in armonia con una natura violenta e ad apprezzarne le risorse: quelle che furono battezzate dagli europei Barrenlands, cioè terre sterili, sono ancora oggi da essi chiamate Nunatsiaq (il bel paese). Il nome Nunavut significa la nostra terra e gli inuit del Quebec chiamano la loro terra Nunavik, cioè la terra dove abitare.

 

Italia o Nunavut/Nunavik, insomma artico del Canada: qual è la tua patria e perché?

Mi sento un po’ nomade e mi piace migrare da un continente all’altro: cittadina del mondo, probabilmente. Mi piace spesso raccontare che mi sento al 51% italiana e al 51% canadese.

Vorrei dunque terminare con una bella poesia che mi è stata inviata da un amico inuk del Nunavik.

Non esiste peraltro

Che una cosa importante

L’unica al mondo:

Vivere,

Guardare, dalla strada o dal rifugio,

Nascere l’alba di un nuovo giorno,

E la luce invadere il mondo.

(Poema inuit )

 

Album: Inuit e popoli del ghiaccio

Inuit e popoli del ghiaccio

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