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06 Gen 2009

Referendum in Groenlandia e prospettive per il popolo Inuit

 

Si è svolto il giorno 24 novembre il referendum popolare in Groenlandia, per conoscere quale fosse la volontà della popolazione in merito a un ulteriore passo verso l’indipendenza politica dalla Danimarca. La vittoria netta del fronte indipendentista apre nuove prospettive per il popolo Inuit, che da alcuni anni sta portando avanti una battaglia per la valorizzazione e la riscoperta delle proprie tradizioni e per un’autodeterminazione propositiva e davvero foriera di sviluppo (a cura di Alberto Leoncini).

 

A partire dal 21 giugno 2009 la Danimarca si libera dall’obbligo di versare le copiose sovvenzioni alla Groenlandia concedendo maggiori autonomie e parte dei proventi per l’estrazione del petrolio locale. Non solo il groenlandese diventerà lingua ufficiale, vi saranno maggiori spazi di autogoverno in ambito giurisdizionale e di polizia. La strada per il primo stato Inuit del mondo, la cui definitiva nascita potrebbe avere il 2016 come data, è dunque segnata? Ne abbiamo discusso con Gabriella Massa, archeologa ed esperta di culture Inuit e circumpolari.

 

Quali le conseguenze e le implicazioni di questo voto?

Popolata da 57mila abitanti (di cui 50mila Inuit e 7mila danesi), la Groenlandia, ricoperta per più dell’80 per cento dalla calotta di ghiaccio, beneficia dal 1979 di uno statuto d’autonomia interna e, già nel 1982 uscì dall’Unione europea con un referendum. Il 21 giugno 2009 entrerà in vigore il nuovo regime autonomo: tale data segnerà il trecentesimo anniversario dell’inizio della colonizzazione danese e l’anno zero della nascita di una nuova nazione inuit indipendente!

Il 25 novembre 2008, oltre il 75,5 per cento dei groenlandesi ha votato a favore di un allargamento dell’autonomia, spianando la strada all’indipendenza di quest’isola strategica dell’Artico (la seconda isola più grande del mondo) sotto amministrazione danese da circa trecento anni. Il voto, oltre al diritto all’autodeterminazione, al riconoscimento del territorio, del popolo Inuit e della lingua groenlandese come lingua ufficiale, accorda ai groenlandesi il diritto di gestire le proprie risorse (petrolio, gas, oro, diamanti, uranio, zinco, piombo, altri minerali preziosi). La capitale del futuro Stato Kalaallit indipendente sarà Nuuk, una cittadina di circa 15mila abitanti.

Il risultato del referendum sull’autodeterminazione che si è tenuto in Groenlandia ha posto in evidenza al mondo intero la volontà della popolazione Inuit di staccarsi dalla Danimarca, e di fondare il Kalaallit Nunaat (la terra degli uomini): uno Stato artefice del proprio destino e delle proprie scelte, una Nazione Inuit, con un proprio stato giuridico, una propria forza di polizia, una propria istruzione.  Ai danesi resterà solo, temporaneamente, la politica estera.

Oggi, la Groenlandia ha un’economia basata soprattutto su turismo, pesca e sussidi della Danimarca che versa ancora a Nuuk 3 miliardi di corone l’anno, cioè oltre 420 milioni di euro (circa 7000 euro per ogni abitante). La scelta dell’autodeterminazione, in funzione degli accordi presi, porterà ad una riduzione degli aiuti, in alternativa ad un guadagno incerto ed a lungo termine, però gli abitanti dell’isola desiderano difendere il diritto di proprietà dei groenlandesi sulle proprie risorse e ritengono che lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi sotto i ghiacci possa soppiantare gradualmente i contributi elargiti dalla corona danese: petrolio in abbondanza ed altre materie prime, saranno la base della sovranità. Ma non è solo questione di soldi, anche e soprattutto di cultura nazionale riscoperta, che spesso è troppo diversa da quella europea rappresentata dai danesi.

La via verso l’indipendenza sarà dura: troppi poveri, pochi i giovani qualificati per una futura classe dirigente. Le ingenti ricchezze minerarie, sia nel sottosuolo, sia sotto i fondali marini potranno difficilmente essere utilizzate nel breve periodo (anche in funzione dei cambiamenti climatici futuri e dell’eventuale scioglimento totale dei ghiacci nei prossimi cinquanta anni).

La volontà degli Inuit di perseguire la via dell’autodeterminazione, a mio parere, va oltre le considerazioni economiche e utilitaristiche e riconduce ad una chiave di lettura più socio-culturale: il desiderio di questo popolo di ritrovare la propria identità nazionale e le proprie antiche tradizioni.

Gli Inuit di oggi discendono biologicamente, culturalmente e linguisticamente dalla Cultura di Thule, che nel XIII secolo, provenendo dal Canada, si espanse rapidamente dal nord della Groenlandia verso Sud, principalmente lungo la costa occidentale, in forma minore nella costa orientale. Furono i Thuleani ad inventare l’igloo, il qayaq (battello monoposto in pelle di foca) ed il qamutiq (slitta trainata da cani), cui devono la loro sopravvivenza nell’Artico. Solo dal 1621, la Groenlandia entrò a fare parte dei possedimenti della Corona di Norvegia, e in seguito, nel 1814, della Danimarca. Entrambi questi governi importarono ed imposero il proprio modo di vivere, la religione, la legge, e una cultura estranea agli Inuit. Essi dovettero soffocare tradizioni, storie, pensieri, la loro lingua stessa (finita relegata come lingua marginale o, ancor peggio, dialetto locale), perdendo gradualmente la propria dignità di popolo, senza più passato, né futuro. I giovani groenlandesi contemporanei si guardano dietro e non vedono da dove provengono, guardano avanti e non scorgono il loro futuro. Il loro presente non è fatto di nulla e spesso si suicidano perché si considerano un peso per le famiglie e la comunità! Nulla in cui credere che appartenga alla propria cultura.

Credo che la volontà di autodeterminazione del fiero popolo Inuit, sia soprattutto il desiderio di  ritornare ad essere sé stesso. Una tradizione da ricordare ed un futuro da costruire, consapevoli del fatto che, allontanandosi dall’ala protettiva della Danimarca, gli Inuit potranno ridursi con il vivere solo di caccia e pesca. Sarà questo il prezzo che i Groenlandesi dovranno pagare per parlare la propria lingua, celebrare il proprio credo e i propri miti, raccontare le proprie storie, le proprie leggende, inseguire i propri sogni? È un cammino lungo e difficoltoso, da attuarsi nel più breve tempo possibile, prima che i vecchi muoiano ed il ricordo delle antiche tradizioni venga definitivamente seppellito con loro.

 

Come le valuta alla luce dell’esperienza del Nunavut canadese, stato della confederazione canadese che già da anni gode di ampie autonomie?

Nel mondo circumpolare e non, numerose minoranze tentano di ritrovare la propria identità di popolo. Non sono quindi stupita che anche i Groenlandesi abbiamo voluto riappropriarsi di antichi diritti sulla propria terra e sulle proprie tradizioni.

La strada sarà lunga e sicuramente difficile, ma sono certa che anche la Groenlandia, come per altri popoli circumpolari, otterrà ottimi risultati. Ovviamente, ci vorrà pazienza per ottenere l’indipendenza,  politica, economica e socio-culturale.

Altri popoli del mondo artico, oltre agli Inuit del Nunavut, ci sono riusciti. Di seguito voglio ricordare alcuni esempi in Europa, Siberia e Nord America.

Dal 1973, il popolo Sami, ha in Finlandia un proprio Parlamento. Inoltre, dal 1986, i Sami possiedono la loro bandiera e celebrano la loro Festa Nazionale, il 6 febbraio. La nascita del Consiglio nordico sami, la radio sami, l’Istituto sami, ecc., sono per questo popolo un modo di conservare la loro identità. Grazie a queste strutture, essi difendono i loro interessi e si sforzano di avere una certa influenza sui progetti di sviluppo ed economici messi in opera nella loro regione, al fine di tutelare una condizione economica e culturale sempre più fragile e precaria. Come quando, nel 1986, sulla notte polare calarono i residui radioattivi della nube velenosa di Cernobyl che si depositarono sulle immense foreste di conifere, sui fiumi, sui laghi, contaminando persone, animali e foreste, avvelenando l’acqua ed i licheni che costituiscono la fonte principale di nutrimento delle renne. Più di 100.000 renne furono contaminate ed i Sami furono obbligati a sterminarne circa 30.000 perché i livelli di radioattività, superavano i limiti consentiti dalle legge.

In Siberia, negli ultimi anni, sono nate associazioni collettive di cacciatori ed allevatori di renne e cavalli che hanno incominciato a raggrupparsi per tutelare i loro diritti. La formazione di queste associazioni ha portato gli allevatori ed i cacciatori ad adottare un modo di vivere più sedentario, che sfrutta le ricchezze naturali del paese preservando il modo di vivere tradizionale, pur dando loro la possibilità di partecipare attivamente allo sviluppo industriale.

In Canada, il Nunavut, tredicesima regione amministrativa creata il 1° Aprile 1999 dalla suddivisione dei Territori del Nord-Ovest ha permesso agli Inuit di arrivare ad ottenere e consolidare graduali piccole vittorie. Il primo passo è stato la creazione di un Governo Inuit, quindi, la gestione del territorio, delle risorse e della propria cultura. (http://www.gov.nu.ca/english). Un importante e recente successo (19 Settembre 2008), è l’adozione da parte dell’Assemblea Legislativa del Nunavut della “Legge per la protezione della Lingua Inuit (Inuktitut)”, che permetterà agli Inuit di lavorare usando la propria lingua, di ricevere tutti servizi in Inuktitut (uffici pubblici, visite mediche, biblioteche, insegnamento, pubblicità, etc.). Sempre in Canada, dal 2009, gli Inuit del Nunavik, Quebec Artico avranno un Governo regionale, con un’assemblea, in rappresentanza delle 14 comunità inuit, e servizi amministrativi, sociali ed educativi autonomi.

(www.theglobeandmail.com).

Infine, vorrei ricordare l’INUIT CIRCUMPOLAR CONFERENCE, che nacque proprio in Groenlandia, nel 1973, quando numerosi Enti groenlandesi, con sede a Copenhagen, ospitarono la prima “Arctic Peoples Conference” alla quale furono invitati gli Inuit Tapirisat del Canada, il National Indian Brotherhood del Canada e i Sami di Finlandia, Norvegia e Svezia.

Poiché, gli Inuit dell’Alaska e della Russia non poterono partecipare all’evento, durante il meeting fu evidenziata la necessità di creare un’identità “Circumpolare”, forte ed indivisibile, che riunisse tutte le Nazioni autoctone dell’Artico. Il documento finale redatto in questa occasione cita infatti: “We Eskimo are an international community sharing common language, culture, and a common land along the Arctic coast of Siberia, Alaska, Canada and Greenland. Although not a nation-state, as a people, we do constitute a nation (Noi, Eskimo siamo una comunità internazionale che condivide lingua, cultura e le coste dell’Artico della Siberia, Alaska, Canada e Gorenlandia. Sebbene non sia nostro obiettivo la costituzione di uno Stato sovrano, è nostro dovere, come popolo, costituire un’unica Nazione)”. Per dar seguito a quest’idea, nel 1975, il World Council of Indigenous Peoples tenne un Congresso a Port Alberni, in Columbia Britannica (Canada), durante il quale fu votata la creazione di un’organizzazione pan-Eskimo che riunisse tutti i popoli dell’Artico. Da allora furono organizzati e realizzati, a tale scopo, numerosi progetti, raccolte di fondi, convegni, col fine ultimo di attirare l’attenzione dei mass media su queste tematiche. Ad oggi molti progressi sono stati fatti e l’INUIT CIRCUMPOLAR CONFERENCE è diventata un punto di riferimento per le Nazioni autoctone dell’Artico, che hanno l’opportunità, in tale occasione, di discutere delle proprie problematiche, dei progetti di sviluppo e dei metodi per concretizzarli, ma soprattutto, l’INUIT CIRCUMPOLAR CONFERENCE ha dato finalmente voce ai “Popoli del Ghiaccio” sul piano internazionale.

(www.inuitcircumpolarconference.com).

 

Ritiene che quanto successo in Groenlandia sia stato influenzato dalla maggiore consapevolezza in merito all’importanza delle regioni polari come ampiamente annunciato all’opinione pubblica dalla creazione dell’Anno Polare Internazionale ( IPY 2007-2009)?

Personalmente, non ritengo che l’Anno Polare Internazionale (IPY), abbia influenzato il voto dei Groenlandesi, che hanno seguito un percorso politico-sociale-culturale per esprimere la loro volontà di autodeterminazione. 

L’IPY, iniziativa promossa dall’International Council for Science (ICSU) e dalla World Meteorological Organisation (WMO), è finalizzato alla ricerca scientifica, a  sensibilizzare il grande pubblico, e soprattutto i giovani, sulla assoluta necessità di preservare e salvaguardare l’ambiente Polare, così importante per il mantenimento dell’ecosistema del nostro pianeta. L’Anno Polare Internazionale 2007-2008 ha coinvolto migliaia di scienziati di 60 nazioni in una campagna di ricerca, coordinata su scala internazionale, volta a definire un quadro più approfondito e completo della mutevole situazione delle regioni polari. A questo scopo, sono stati avviati, 238 progetti (Education and Outreach). Proprio con la finalità di sensibilizzare i giovani, la Provincia di Torino ha promosso, per l’Anno Polare Internazionale, un progetto speciale, dedicato alla scuole superiori, intitolato “Gli studenti della provincia di Torino scoprono le regioni polari del Pianeta Terra”, del quale ho l’onore di essere coordinatrice (www.provincia.torino.it/speciali/ipy). L’Anno Polare Internazionale è caratterizzato, oltre che dalla ricerca scientifica, da numerosi eventi, mostre, conferenze, laboratori, aperti anche al grande pubblico, volti ad approfondire le tematiche relative alle popolazioni circumartiche e ai grandi cambiamenti climatici ed ambientali che negli ultimi decenni hanno influenzato il loro modo di vivere, turbando l’equilibrio del nostro Pianeta e mettendo in pericolo la sopravvivenza delle generazioni future.

La comunità scientifica internazionale ha deciso di prorogare al 2009 l’Anno Polare Internazionale, al fine di terminare le ricerche avviate nel 2007, poiché tali studi richiedono il tempo necessario alla sperimentazione ed all’analisi dei dati.

 

Crede che lasciare agli Inuit un’amministrazione autonoma e libera del proprio paese e, soprattutto delle proprie risorse sia una garanzia per la tutela dell’ambiente, della cultura tradizionale e per la preservazione degli ecosistemi?

Ne sono certa e sono molto fiduciosa! Questo popolo, pur adattandosi alle nuove tecnologie, è rimasto profondamente legato all’ambiente che lo circonda e si sta battendo per difenderlo. Voglio ricordare per esempio l’impegno della signora Sheila Watt-Cloutier (donna inuit del Canada, Leader Mondiale sui cambiamenti climatici e nella difesa dei diritti umani) che, per il suo impegno nella salvaguardia dell’Artico, ha ottenuto la nomination al Nobel per la Pace contemporaneamente al Former Presidente Al Gore (http://www.thelavinagency.com/speaker-sheila-watt-cloutier.html).

Gli Inuit sono stati tra i primi a subire le pesanti conseguenze che il riscaldamento globale sta causando all’ambiente ed a denunciarne i pericoli. Le immense distese ghiacciate dell’Artico si stanno sciogliendo. A causa dell’assottigliamento della crosta di ghiaccio, foche, leoni marini e orsi polari soffrono ormai della mancanza di cibo, spesso muoiono annegati e sono a fortissimo rischio d’estinzione. I villaggi delle coste sono minacciati dall’aumento del livello degli oceani, dall’instabilità del clima e stanno lentamente scivolando a mare, poiché, a causa della riduzione del ghiaccio marino, essi sono molto più esposti ai venti che causano un’erosione del suolo sempre più accelerata. La situazione è talmente grave che i trecentonovanta abitanti di Kivalina (Alaska) hanno denunciato gli Stati Uniti per “reato di “Global Warming”.

Consapevoli della gravità della situazione, essi stanno dando un apporto notevole per la salvaguardia dell’ambiente polare e delle sue risorse. Questo popolo, nonostante le scarse risorse in cui si è sviluppata la civiltà iperborea, ha vissuto per millenni in armonia con la natura violenta, amandola e rispettandola. Dalla fine degli anni sessanta del secolo scorso, gli Inuit, come molti altri nomadi circumpolari, sono diventati stanziali adottando un sistema di vita più “moderno” che, in parte, ha allontanato questi popoli dalla cultura tradizionale. Negli ultimi anni, si è levato dagli anziani un grido, un richiamo a conservare i valori e le memorie storiche di un tempo, quando non esistevano le comodità e un inverno più rigido del solito poteva sterminare interi villaggi a causa dei morsi della fame e del freddo.  Oggi, la conoscenza e la condivisione della cultura tradizionale inuit non sono più una condizione di sopravvivenza, ma sono la radice della propria identità che questo popolo vuole preservare. Grazie al loro ingegno e alla loro resistenza, essi hanno imparato a vivere in armonia con una natura violenta e ad apprezzarne le risorse, senza esaurirle: quelle che furono battezzate dagli Europei Barrenlands, cioè terre sterili, sono ancora oggi da essi chiamate Nunatsiaq (il bel paese). Il nome Nunavut significa “la nostra Terra”, gli Inuit del Quebec chiamano la loro terra Nunavik, cioè “la terra dove abitare” ed i Groenlandesi la definiscono Kalaallit Nunaat, la “terra degli uomini”. Nelle comunità del Grande Nord, numerose iniziative sono state avviate per mantenere la continuità con i valori tradizionali, affinché i cosiddetti Popoli del ghiaccio continuino ad essere i “custodi del Grande Nord”.

Gabriella MASSA

Archeologa Inuitologa:, Coordinatrice Anno Polare Internazionale – Provincia di Torino.

www.gabriella-massa-archeonova.com

 

A cura di Alberto Leoncini – albertoleoncini AT libero.it

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