La Maschera, in Nero Plasma, Anno IX, n. 1-2, 2007

Intervista a cura di Alberto Leoncini

 

Non è certo la prima volta che “Neroplasma” si approccia a temi inerenti i rapporti tra le culture, quindi sono cosciente di muovermi in un ambito non ignoto per il nostro lettore. Come osservava Anna Berlese, a proposito degli indiani d’America, per troppo tempo abbiamo considerato le culture “altre” come un fenomeno da baraccone, senza attribuirvi una cultura davvero propria (cfr. “Neroplasma”, nn2-3 ). La lettura che io do di tale problema è certamente personale, quantunque suffragata da una non sporadica frequentazione, perché il voler vedere gli aspetti pittoreschi dei popoli extraeuropei è il miglior modo per snaturarne la secolare cultura e dunque far finta di non sentire il monito di condanna che essi mandano al nostro sistema. E’ evidente che il pregio/difetto di tale situazione si riallaccia in modo indelebile alla riflessione tutta classica, greca in primis latina in seguito, sulla parola ed il linguaggio. E il cerchio si chiude sull’uomo protagoreo, misura di tutte le cose.

Ecco dunque esplicitata per sommi capi la costante antropologica di relazione tra l’uomo europeo e l’altro. Dato che si parla di maschere, mi sembrava bene fugare preventive ipocrisie, visto che è ormai assodato come uno dei motivi che hanno portato l’Europa e la sua cultura all’egemonia planetaria (coloro che hanno sopraffatto i nativi americani sono pur sempre europei) sia proprio l’uso della parola scritta e dell’oratoria. Attraverso la finzione/maschera della comunicazione si crea insomma un rapporto di subordinazione con l’altro ma, ancor più significativo da notare, si giustifica e maschera il proprio operato con la finzione della parola.

 

Cosa rappresenta la maschera a livello antropologico? Vi è una differenza tra maschera rituale e maschera teatrale? Quali le costanti tra le varie popolazioni?

Quello della “maschera” è un tema molto affascinante e difficile da analizzare, soprattutto se considerato dal punto di vista simbolico. La “maschera” si collega trasversalmente a tutte le aree geografiche, sociali e culturali ed è praticamente impossibile identificare un’epoca pre-storica o storica oppure una civiltà che non abbia adottato l’uso della maschera di vario tipo: rituale, professionale, mortuario, collegato alla vita dell’uomo e della natura, di Dei, Demoni, e così via. Attraverso la “maschera”, il genere umano cerca il confronto con l’ignoto, ossia il superamento della propria materialità.  Attraverso i lineamenti e le espressioni del volto si possono captare l’intima essenza dell’uomo, le tensioni dell’anima, la ricerca del trascendente, i pensieri, i valori morali. In breve, la personalità e l’identità di ciascuno. La “maschera” impedisce il riconoscimento della persona che la indossa, annullando la sua personalità e fornendogli un’identità diversa che può contenere ed esprimere un pensiero totalmente dissimile e persino incorporeo, ossia della stessa sostanza delle anime degli altri viventi, ma persino dei morti. La “maschera” diventa così il mezzo materiale attraverso il quale l’anima può incontrare il soprannaturale. L’energia vitale viene trasferita sulla “maschera” che, attraverso questo trasferimento simbolico, permette a colui che la indossa di incontrare il soprannaturale, sia esso un essere vivente oppure un defunto. La “maschera” per il tempo in cui è indossata diventa responsabile del comportamento del corpo, che può assumere atteggiamenti di qualsiasi genere, che risultano slegati dall’individuo che la porta. Chi la indossa, anche se fisicamente noto, diventa solo un manichino di cui la “maschera” si serve per superare la barriera del limite umano. Le maschere possono quindi compiere azioni in nome collettivo, senza che chi la personifica debba addossarsi delle responsabilità, seppur noto. Per esempio, la maschera del boia, oppure quella che indossavano gli attori di teatro greci e romani. La maschera è anche un passaporto, un biglietto d’ingresso per accedere a società segrete ed iniziatiche.

Esistono anche maschere metafisiche, astratte, che non richiedono un corpo agente e che rispondono a bisogni di carattere spirituale.  Si tratta di tutte le raffigurazioni mitiche che appartengono alla cultura umana e che servono a rendere concreto tutto quanto è indecifrabile per la ragione: attese, speranze, timori, in altre parole, l’idea che l’umanità ha delle relazioni con le entità “generatrici”. Per esempio, le maschere dei Carnevali arcaici, che specialmente in periodo invernale, interagivano con l’umanità per rappresentare il caos e la rigenerazione, l’annullamento del disordine per dare luogo ad un nuovo ordine nel quale la natura e l’uomo ritrovavano intatto il loro equilibrio. L’uomo raccoglitore – cacciatore – pastore – agricoltore adotta gli stessi principi della natura ed i suoi cicli vitali, per darsi ragione della propria rigenerazione: la morte è solo apparenza, sta preparando, come l’inverno, una nuova stagione. La “maschera” diventa fulcro e filtro della possibilità umana di comunicare con il soprannaturale. Essa è il limite tra il mondo reale e quello virtuale, tra la vita e la morte.

Le maschere inuit erano principalmente usate durante le cerimonie propiziatrici in onore degli spiriti degli animali che sarebbero stati cacciati. Pratiche religiose e magiche occupavano un posto importante nella preparazione alla caccia.

D’uguale importanza erano i riti posteriori alla caccia, che avevano come scopo di ristabilire l’ordine turbato della natura e di onorare l’anima degli animali cacciati. Lo sciamano organizzava il qasiq, cerimonia per ringraziare gli animali della carne offerta agli uomini ed assicurare così la sopravvivenza degli Inuit. Al ritmo dei tamburi, gli sciamani e gli uomini cantavano antiche leggende che ricordavano miti, gesta di un eroe, avventure di caccia. Le donne danzavano indossando delle piccole mascherine per le unghie, mentre gli uomini portavano guanti speciali con dei becchi d’uccello che facevano suonare come nacchere. In seguito entravano le maschere: maschere totem; mostruose maschere di animali mitologici; di spiriti erranti; , maschere di Dei; maschere di animali: aquila, foca, lontra, lupo, orso, salmone, tricheco, volpe. Dopo le feste le maschere venivano bruciate poiché ritenute pericolose in quanto cariche di poteri sovrannaturali difficilmente gestibili.

Attraverso un viaggio nell’aldilà, compiuto attraverso la maschera, per scoprire le cause del risentimento divino, lo sciamano (angagoq) aveva il compito di ristabilire l’armonia tra gli uomini, gli dei e gli animali, suggerendo, al suo ritorno, i rituali di riparazione. Durante una danza rituale collettiva, lo sciamano reinterpretava la sua esperienza a contatto ed in onore degli spiriti, scolpiti simbolicamente nella maschera. La maschera usata per il “viaggio nell’aldilà” era l’incarnazione della visione dello sciamano, che variava di villaggio in villaggio, riflettendo un’infinità varietà e molteplicità di visioni.

Le maschere degli Inuit, foggiate principalmente in pietre, legno, osso e avorio, rappresentano con straordinaria immediatezza l’enorme sforzo dei popoli artici nell’affinare il proprio linguaggio espressivo e comunicativo.

 

Cosa potremmo dire per tracciare un sintetico, seppur esatto, ritratto del popolo Inuit ad uso dei neofiti?

Amano autodefinirsi “gli uomini, il popolo”, che nella loro lingua si pronuncia Inuit. Sono alcuni dei Popoli del ghiaccio che abitano le zone circumpolari dell’Artico canadese, groenlandese ed della Beringia: civiltà che vivono ai confini del mondo.

Il primo contatto con altre culture è stato disastroso per i Popoli dell’Artico: varicella, tubercolosi, raffreddori ed altre malattie a loro sconosciute hanno decimato intere popolazioni. Prima del contatto con i Quallunaat, o “uomini dalle sopracciglia cespugliose”, così gli Inuit chiamano gli “uomini che vengono dal sud”, queste genti vivevano libere, spostandosi a piccoli gruppi, nelle immense distese del Nord del Pianeta, vivendo in simbiosi con l’ambiente e la natura.

Oggi, molti di loro, vivono in case confortevoli, dotate di tutte le comodità. Gli anziani della Comunità rimpiangono i “vecchi tempi”, ma se ci si sofferma a parlare con loro, alla fine, ammettono di essere ben lieti dei cambiamenti che la loro cultura ha fatto negli ultimi quarant’anni. Oggi per molti uomini la caccia è diventata uno sport e non è più necessaria per assicurare la sopravvivenza del gruppo. Le donne non sono più confinate in un iglù ad occuparsi della distribuzione del cibo, curare i figli o cucire gli abiti per proteggere dal freddo tutta la famiglia. Oggi, essi possono procurarsi cibo, abbigliamento ed altri oggetti della vita quotidiana acquistandoli direttamente nei negozi; quasi tutti i membri della comunità sono impegnati a creare una nuova e dinamica società: uomini e donne lavorano principalmente nel settore dei servizi, dell’educazione, dell’amministrazione e dell’arte; essi prendono parte attiva alla vita politica e sociale dei villaggi, occupando numerosi impieghi strategici.

Gli impegni della vita “moderna” hanno in parte allontanato questi popoli dalla cultura tradizionale, ma, sempre di più, negli ultimi anni, si eleva dagli anziani un grido, un richiamo a conservare i valori e le memorie storiche di un tempo, quando non esistevano le comodità, e un inverno più rigido del solito poteva sterminare intere popolazioni a causa dei morsi della fame e del freddo.

Gli Inuit, come quasi tutti i popoli dell’Artico, nel corso dei millenni sono sopravvissuti adattandosi al rigore del clima, nel rispetto dell’ambiente che li circonda, mantenendo un equilibrio tra la natura e le altre creature viventi. Le loro culture e le loro società si impegnano ancora oggi a proteggere la natura dei territori in cui vivono.

La storia delle culture dell’Artico e le forme di sopravvivenza variano da una regione all’altra, secondo l’ambiente naturale nel quale si sono sviluppate. Malgrado la scomparsa di intere comunità annientate dalla fame e dal freddo, la continuità è stata preservata. La natura stessa ha preso parte all’educazione delle nuove generazioni perché esige da coloro che abitano queste aree una forza di carattere sufficiente per considerare la sopravvivenza come una sfida quotidiana.

La lotta per la sopravvivenza, nell’artico, non è, e non potrebbe essere, caratterizzata dalla rivalità. L’ambiente stesso, infatti, obbliga uomini e donne a unire i loro sforzi per sopravvivere: non c’è spazio per l’intolleranza e la guerra. Pace e concordia sono condizioni indispensabili per la sopravvivenza di un’intera popolazione. Per questo motivo ognuno riveste un ruolo ben definito e funzionale all’interno delle comunità: i bambini come gli adulti hanno compiti quotidiani da svolgere. Nessuno è escluso. Queste alte qualità morali delle Culture Artiche si traducono in occupazioni pacifiche ed in una grande integrità nel lavoro.

 

Molti reperti della Cultura Inuit si trovano nei musei, ma sempre meno i giovani conoscono le inimmaginabili abilità che i Popoli Artici hanno sviluppato nel corso di migliaia di anni. Essi hanno saputo utilizzare con infinita pazienza e perizia le scarse risorse offerte da un ambiente chiuso nella morsa del gelo e il cui territorio è coperto di ghiaccio per moltissimi mesi. Pietra, osso, avorio, legno, sono sempre stati gli unici materiali a disposizione per fabbricare strumenti da caccia e pesca, mentre gli animali erano una riserva importante di cibo e di grasso, ma anche le loro pelli, i tendini, le ossa erano fondamentali per indumenti, calzature e come copertura delle imbarcazioni. Oggi la conoscenza e la condivisione della cultura tradizionale non sono più una condizione di sopravvivenza, ma sono la radice della propria identità che questo popolo vuole preservare.

 

Quando è cominciata “l’inversione di rotta” per quanto riguarda la considerazione e la rivalutazione di questa cultura?

Non c’è una vera e propria “inversione di rotta” per quanto riguarda la posizione dei Governi rispetto a questi popoli. Oserei dire che è il processo di presa di coscienza della “perdita della propria identità” da parte degli “Anziani Inuit” che  li ha indotti a sensibilizzare i giovani a rivalutare le antiche tradizioni.

Essendosi resi conto del danno culturale causato dal lento processo di assimilazione e disgregazione, gli Inuit hanno fatto sentire “la voce del Gruppo” non solo a livello locale, ma anche nazionale, soprattutto presso le Istituzioni.

La facilità di comunicazione fra i vari villaggi ha permesso di rinsaldare i legami socio-politici, fino ad arrivare, nel Nunavik, alla creazione di un Governo Regionale riconosciuto, nel 1989, dal Canada e dal Quebec. Dieci anni dopo, anche il Nunavut, con capitale Iqaluit, è diventato la 13a regione amministrativa della Federazione del Canada.

(Cfr. Massa, Gabriella A., Antiche tradizioni e vita quotidiana del popolo Inuit,  in “Il Polo”,  Rivista trimestrale dell’Istituto Geografico Polare Silvio Zavatti, Fermo, Anno LVII, Voll.  2-3-4  2001  (numero triplo).

 

Qual è stato l’/gli elemento/i che hanno permesso ad alcuni, ormai sparuti, gruppi di mantenere caratteristiche di vita quasi originarie?

Le comunicazioni più facili, i cambiamenti ambientali, la telematica, la necessità di avvicinarsi a nuclei abitati per trovare sostentamento, hanno indotto, negli ultimi quarant’anni, gli Inuit a modificare il loro antico modo di vita ed a diventare stanziali perdendo così, con un lento ma graduale processo le loro antiche conoscenze.

L’isolamento è, a mio parere, il fattore fondamentale che ha consentito a piccoli gruppi di conservare quasi intatta la loro cultura.  Sottolineo quasi perché contatti con i “quallunaat” (uomini bianchi – tradotto testualmente: persone dalle sopraciglia cespugliose) ce ne sono stati fin dal settecento (e anche prima, ma non in modo continuativo) con le baleniere che dal nord Europa si spingevano fino in Groenlandia e nelle zone artiche del Canada. Questi contatti hanno influenzato le abitudini dei popoli circumpolari ed in parte modificato le antiche tradizioni di questi popoli. Ad esempio, l’utilizzo di numerosi materiali provenienti da sud del Canada o dall’Europa, che hanno sostituito quelli originariamente utilizzati dagli Inuit: i tessuti, molto più facili e comodi da usare che le pelli; i coltelli in metallo, il trapano ad archetto con punta in acciaio, hanno sostituito i coltelli di legno, osso e i materiali litici; le case moderne, che hanno sostituito le case in pelle, pietra o neve;l’utilizzo di mezzi di trasporto a motore e il conseguente abbandono dei mezzi tradizionali (qayaq, umiaq, qomatiq).

Gabriella A. Massa,

Archeologa Inuitologa


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