CULTURA E CIVILTA’ INUIT
Intervista a cura di Alberto Leoncini

 

Perché a Suo avviso il governo danese ha sempre cercato di contrastare la cultura Inuit?
Il Governo Danese, come in generale gli altri Governi che hanno sui loro territori importanti minoranze etniche, più che contrastare la cultura degli autoctoni groenlandesi, ha a lungo “ignorato”, per comodità, la cultura del Popolo Inuit, instaurando, intorno agli anni ’50 del secolo scorso, un rapporto “assistenziale”, che ha portato ad un lento ma inesorabile processo di “degrado” dei valori di questo popolo ed alla conseguente perdita dell’identità. Ecco alcuni esempi:
• Smembramento della famiglia, unità di vita e di produzione (oggi una donna su 4 non si sposa più ed ha figli fuori dal vincolo matrimoniale ( a volte da uomini differenti);
• Indifferenza verso l’unità e gli interessi del gruppo;
• Diminuzione della leaderships;
• Abbandono degli antichi mezzi di trasporto a favore di quelli più veloci (a motore);
• Diminuzione dell’efficacia e della precisione di tiro, nei cacciatori;
• Dipendenza crescente dalle comodità importate da Sud;
• Ecc.

 

Anche negli altri paesi circumpolari dove sono stanziati gruppi Inuit (Russia, Alaska, Canada…) vi è una condizione di subalternità o di emarginazione rispetto all’etnia dominante, cosa che è successa in Danimarca?
Nei Paesi circumpolari (come altrove), più che una condizione di subalternità o di emarginazione rispetto all’etnia dominante, si tratta di incapacità a accettare l’identità e le differenze degli “ALTRI”, che spesso porta a scontri culturali (ed in alcuni casi anche fisici) dove il “più forte” (non sempre il migliore) ha la meglio. Ti rimando alla risposta precedente.

 

Cos’è l’Inuit Polar Circle Conference (IPCC)? Come è nato? Quando? Dove ha sede?
L’Inuit Circumpolar Conference (ICC) è un’organizzazione internazionale nata con lo scopo di rappresentare i circa 150.000 Inuit che vivono in Alaska, Canada, Groenlandia, Chukotka, Russia.
Gli scopi dell’ICC sono:
• Rinsaldare l’unità dei gruppi Inuit delle Regioni Circumpolari;
• Promuovere i diritti e gli interessi degli Inuit a livello internazionale;
• Assicurare e perseguire lo sviluppo della cultura e della società Inuit, nel presente e per le generazioni future;
• Creare nelle Regioni Polari una piena ed attiva partecipazione Inuit nella politica, in economia economico e nello sviluppo sociale locale;
• Sviluppare ed incoraggiare politiche a lungo termine per la salvaguardia dell’ambiente artico;
• Lavorare affinché i diritti umani di tutti i Popoli Indigeni siano riconosciuti.
L’Assemblea Generale dell’ICC si tiene ogni quattro anni. L’ultima assemblea si è tenuta a Nuuk, nel luglio del 1998. L’attuale Presidente è Aqqaluk Lynge.

 

Vi sono stati o vi sono ancora dei movimenti esterni (politici e/o d’opinione) per la salvaguardia delle tradizioni Inuit, in Italia come è stato seguito il problema?
Negli ultimi decenni, sono nate numerose organizzazioni di livello internazionale, create con lo scopo di salvaguardare le tradizioni Inuit e l’ambiente in qui essi vivono.
Queste associazioni sono nate soprattutto nelle regioni circumpolari, per iniziativa dei Governi, in collaborazione con rappresentanti autoctoni.
Uno dei più importanti, a mio parere, è l’Artic Council. Creato il 19 settembre 1996, a Ottawa (Canada), l’Artic Council è un forum che coinvolge i Governi del Canada, Danimarca, Federazione Russa, Finlandia, Norvegia, Stati Uniti d’America e Svezia. Lo scopo dell’Artic Council è di creare un meccanismo comune che consenta ai Governi “Artici” di fronteggiare le problematiche di quelle regioni e la tutela dei diritti dei loro abitanti.
L’Islanda è la sede dell’Artic Council per il 2002-2004.
All’interno dell’Artic Council esistono vari sotto gruppi, quali:
• SDWG – Sustainable Development Working Group;
• AMAP – Artic Monitoring and Assessment Program;
• PAME – Protection of the Artic Marine Development;
• EPPR – Emergency Prevention, Preparedness and Response;
• CAFF – Conservation of the Artic Flora and Fauna.
Esistono inoltre numerosi gruppi, associazioni ed Enti locali creati con lo stesso scopo.
A sostegno delle donne, sono nate numerose associazioni femminili e culturali. La più attiva è Pauktuutit, la cui presidente è Veronica Dewar, una donna molto energica e dinamica.

 

Quando è cominciata “l’inversione di rotta” per quanto riguarda la considerazione e la rivalutazione di questa cultura?
Non c’è una vera e propria “inversione di rotta” per quanto riguarda la posizione dei Governi rispetto a questi popoli. Oserei dire che è il processo di presa di coscienza della “perdita della propria identità” da parte degli “Anziani Inuit” che li ha indotti a sensibilizzare i giovani a rivalutare le antiche tradizioni.
Essendosi resi conto del danno culturale causato dal lento processo di assimilazione e disgregazione, gli Inuit hanno fatto sentire “la voce del Gruppo” non solo a livello locale, ma anche nazionale, soprattutto presso le Istituzioni.
La facilità di comunicazione fra i vari villaggi ha permesso di rinsaldare i legami socio-politici, fino ad arrivare, nel Nunavik, alla creazione di un Governo Regionale riconosciuto, nel 1989, dal Canada e dal Quebec. Dieci anni dopo, anche il Nunavut, con capitale Iqaluit, è diventato la 13a regione amministrativa della Federazione del Canada.
(Cfr. Massa, Gabriella A., Antiche tradizioni e vita quotidiana del popolo Inuit, in “Il Polo”, Rivista trimestrale dell’Istituto Geografico Polare Silvio Zavatti, Fermo, Anno LVII, Voll. 2-3-4 2001 (numero triplo).

 

Qual è stato l’/gli elemento/i che hanno permesso ad alcuni, ormai sparuti, gruppi di mantenere caratteristiche di vita quasi originarie?
Le comunicazioni più facili, i cambiamenti ambientali, la telematica, la necessità di avvicinarsi a nuclei abitati per trovare sostentamento, hanno indotto, negli ultimi quarant’anni, gli Inuit a modificare il loro antico modo di vita ed a diventare stanziali perdendo così, con un lento ma graduale processo le loro antiche conoscenze.
L’isolamento è, a mio parere, il fattore fondamentale che ha consentito a piccoli gruppi di conservare quasi intatta la loro cultura. Sottolineo quasi perché contatti con i “quallunat” (uomini bianchi – tradotto testualmente: persone dalle sopraciglia cespugliose) ce ne sono stati fin dal settecento (e anche prima, ma non in modo continuativo) con le baleniere che dal nord Europa si spingevano fino in Groenlandia e nelle zone artiche del Canada. Questi contatti hanno influenzato le abitudini dei popoli circumpolari ed in parte modificato le antiche tradizioni di questi popoli. Ad esempio, l’utilizzo di numerosi materiali provenienti da sud del Canada o dall’Europa, che hanno sostituito quelli originariamente utilizzati dagli Inuit:
• i tessuti, molto più facili e comodi da usare che le pelli;
• i coltelli in metallo, il trapano ad archetto con punta in acciaio, hanno sostituito i coltelli di legno, osso e i materiali litici;
• le case moderne, che hanno sostituito le case in pelle, pietra o neve;
• l’utilizzo di mezzi di trasporto a motore e il conseguente abbandono dei mezzi tradizionali (qayaq, umiaq, qomatiq);
• ecc.

 

Quali sono le forme d’arte e di cultura che principalmente hanno preso piede tra il popolo Inuit?
Gli Inuit hanno un grande senso artistico ed una notevole capacità di osservare l’ambiente che li circonda. Una delle principali abilità è legata alla scultura, che è considerata dagli Inuit un modo di comunicare con gli altri:
“Noi non scolpiamo solo per guadagnare dei soldi, ne per illustrare le cose della fantasia. Attraverso le nostre sculture, noi mostriamo la vita da ieri a oggi. Noi illustriamo la realtà. Noi scolpiamo gli animali perché essi sono importanti per noi perché ci danno il cibo. Noi scolpiamo dei personaggi Inuit perché in questo modo noi ci mostriamo al mondo come eravamo ieri e come siamo oggi. Questa è la ragione per la quale noi scolpiamo degli uomini che cacciano e costruiscono degli igloo e delle donne che realizzano qualche cosa che sarà utilizzato, che cuciono forse dei qamiqs, degli abiti o ancora, che utilizzano l’ulu. Qualunque sia l’attività del personaggio scolpito, qualche cosa di vero nascerà. Ecco perché scolpiamo, per mostrare ciò che facciamo come popolo. E’ la stessa cosa per il lavoro manuale delle donne. Noi non ci sveliamo solo attraverso la pietra. Il lavoro delle donne illustra il tipo di abbigliamento che noi utilizziamo come popolo. Anche questo contribuisce alla verità” (Paulosie Kasadluak, già Presidente della Fédération des Coopératives du Nouveau-Québec- Nunavik)

La cesteria è anche un’arte che negli ultimi decenni ha avuto uno sviluppo notevole, rivalutando antiche tecniche. Gli Inuit hanno sempre avuto la capacità di trovare i mate¬riali di cui avevano bisogno nell’ambiente che li circonda. Nei tempi antichi, coloro che vivevano lungo la costa est della Baia di Hudson, raccoglievano del giunco e lo trasformavano in reci¬pienti che erano anche utilizzati per trasportare l’acqua. Questi contenitori potevano anche essere usati per riporre il materiale da cucito o gli utensili della casa. Il giunco è stato utilizzato da tutti i popoli della terra per fare recipienti, sacchi, cappelli, scarpe, calze e anche abiti. Sappiamo che gli Inuit utilizzavano il giunco per avvolgere i loro materassi fatti da piccoli rami. La fabbricazione dei cesti non si faceva ovunque nell’Artico. Esistono esempi di cesteria in Alaska e nel Labrador. Recentemente, si è costatato una leggera ripresa di questo tipo di artigianato sulla costa est della Baia di Hudson, dove questa tecnica è insegnata ai bambini. Laggiù, lavorare il giunco fa parte del modo di vivere delle donne più anziane. In primavera, non è raro vedere gruppi di donne strappare bracciate di giunco dalla tundra, ancora macchiata di umida neve.
Esistono due metodi di fabbricazione dei cesti. In certe parti del mondo, sono fatti tessendo o intrecciando i fili di giunco per formare differenti modelli, come ad esempio per i cesti indiani. La seconda tecnica, utilizzata dagli Inuit, consiste nel preparare rotoli di giunco e cucirli insieme, mantenendo uno spessore uniforme. Il giunco deve essere mantenuto umido e per questo la donna mette generalmente una casseruola di acqua vicino a lei durante il suo lavoro. La decorazione del cesto è facilitata dall’incorporazione di strisce di pelle di foca nera o più raramente di strisce di giunco colorate. La complessità dei motivi del cesto dà la misura dell’abilità delle artigiane. I cesti sono generalmente muniti di coperchi che si inseriscono perfettamente e sono forniti di un manico scolpito. La scultura è in steatite, in osso, in corno o eccezionalmente in avorio. La tradizione esige che questa scultura sia fatta dal marito dell’artigiana, anche se alcune donne le realizzano personalmente. Il lavoro del giunco è esclusivamente riservato alle donne. La realizzazione di un cesto necessita di molto tempo, di lavoro e di pazienza. A volte, una donna può lavorare ad un pezzo importante per più di un mese.

Un’altra manifestazione artistica Inuit è legata alle litografie. Notevoli e pregiate sono quelle realizzate a Povungnituk (Nunavik). La litografia è stata introdotta a Povungnituk nel 1961, in una vecchia casa in pietra ancora esistente. Il luogo era freddo per lavorare, ma l’inconveniente non impedì agli Inuit di ritro¬varsi per sperimentare differenti tecniche. La prima collezione di litografie di Povungnituk fu venduta congiuntamente alla collezione Cape Dorset nel 1962. A quei tempi, le litografie Eschimesi erano dirette da “The Canadian Eskimo Arts Council”. Ora, l’Art Council agisce solo in qualità di consigliere per le cooperative di litografia e le litografie sono commercializzate da un’agenzia di distribuzione appropriata. L’accordo del Council è indicato da un timbro mascherato sul bordo inferiore destro di ogni litografia. I litografi Inuit seguono le convenzioni internazionali che regolamentano la produzione e la commercializzazione delle litografie. Ogni opera è numerata e firmata, e dopo la realizzazione della litografia il blocco in pietra è sfigurato, di modo che non sia più utilizzabile. Ciò è molto importante poiché chi compera una litografia numerata 5/50 è in diritto di credere che sono state prodotte solo cinquanta litografie e che si trova ad essere in possesso della quinta. In genere, le litografie del Nuovo Quebec sono pubblicate in edizioni di 4 a 5 prove. Quando una collezione di litografie è pronta ad essere commercializzata, le opere sono catalogate, processo molto costoso ma giudicato necessario per innumerevoli motivi. I cataloghi aiutano a vendere e sono molto importanti come registro storico e come certificato di autenticità.

 

L’idea degli Inuit che un italiano può farsi leggendo ciò che finora è stato prodotto o tradotto, riguardo a questo argomento, è corretta? Perché?
L’idea degli Inuit che un italiano può farsi leggendo ciò che finora è stato prodotto o tradotto, riguardo a questo argomento, è abbastanza corretta. Esistono buoni testi divulgativi sui Popoli Circumpolari, alcuni interessanti cataloghi pubblicati di recente e negli ultimi anni ho il piacere di curare lo “Spazio Inuit”, con testi divulgativi e didattici, nella rivista “Il Polo” edito dall’Istituto Geografico Polare “Silvio Zavatti” di Fermo.

 

Come commenta le recenti elezioni politiche groenlandesi? L’indipendenza della Groenlandia è più vicina?
Al momento non mi sento di fare commenti in merito ai risultati delle recenti elezioni politiche groenlandesi, poiché credo che sia necessario aspettare gli eventi futuri per vedere cosa cambierà “concretamente” per gli autoctoni groenlandesi.
Per quanto riguarda “l’indipendenza”, mi auguro che i Kallaallit arrivino a negoziare con in Governo danese la creazione di una “regione amministrativa” gestita da autoctoni, simile a quella del Nunavut in Canada.

 

Questo popolo, cosa ci può insegnare?
Questo popolo ci può insegnare moltissimo.
a) Per quanto riguarda la tenacia, la forza e la capacità di sopravvivenza in condizioni estreme:
Le civiltà iperboree si sono sviluppate in un clima rigido e in un ambiente ostile. Gli Inuit vivevano e vivono tutt’oggi tra la neve e il ghiaccio d’inverno e d’estate sulle nude rocce; la loro terra non produce nulla, non hanno a portata di mano che risorse come gli arbusti, il combustibile naturale, metalli e animali domestici. Eppure, questi popoli, a forza d’ingegnosità e resistenza hanno imparato a vivere in armonia con la natura violenta che li circonda, amandola, rispettandola ed a fare di questi spazi desolati “la terra dove abitare”. Questa landa desolata è per l’uomo una delle regioni più inospitali del mondo, eppure, gli Inuit chiamano questo stesso territorio il Nunatsiaq, “la terra dalle innumerevoli bellezze”.
b) Sul piano umano, gli Inuit ci insegnano il rispetto per gli altri (giovani, donne o anziani), del gruppo e della società. In effetti, prima del contatto con i Quallunat, la società Inuit era ampiamente egualitaria, senza gerarchie o autorità formali, basata sulla libertà di scelta finché non comportava problemi per gli altri.
Le decisioni si prendevano in gruppo con il consenso generale e le questioni di maggior rilevanza erano discusse dagli anziani, ma ciascuno poteva dire la sua opinione.
Gli anziani godevano di grande considerazione, sia in famiglia che nel gruppo, a causa della grande esperienza accumulata e dell’abilità a raccontare storie ed a educare i bambini. Gli anziani erano la memoria storica e tecnologica del gruppo, cioè coloro che conoscevano e tramandavano la tradizione.
L’uomo e la donna avevano ruoli essenziali e complementari, indispensabili per la sopravivenza del nucleo famigliare e del gruppo. L’unità familiare si basava sull’uguaglianza e la cooperazione dei coniugi.
Gli Inuit avevano anche un grande rispetto per i bambini. In effetti, gli Inuit ritenevano che alla nascita di un bambino lo spirito di un loro antenato rivivesse nel neonato al quale veniva dato il suo nome. Dal momento che il bambino era, in un certo senso, una parte del suo antenato gli veniva dato lo stesso rispetto e trattamento di un adulto. La conseguenza di queste credenze rendeva i bambini relativamente liberi, a meno che non recassero danno e sé o alle attrezzature di caccia e dell’abitazione.
c) Dagli Inuit impariamo anche lo spirito di collaborazione e la condivisione: la cooperazione era essenziale per la sopravvivenza del gruppo, poiché da essa ne dipendeva la sopravivenza.
Per esempio:
• per la caccia alla foca, effettuata d’inverno, era richiesta la collaborazione di un gran numero di cacciatori;
• dava sicurezza il grande senso di ospitalità e condivisione delle risorse.
In seno al gruppo non esisteva competizione, poiché
sarebbe stata inopportuna e dannosa, avrebbe causato tensioni e provocato la separazione del gruppo diminuendo le possibilità di sopravvivere all’inverno.
d) Ma la lezione più preziosa, anche se può sembrare paradossale, è quella del rispetto della vita umana, animale e vegetale.

Gabriella A. Massa,
Archeologa Inuitologa

 

Annunci

settembre: 2017
L M M G V S D
« Ott    
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
252627282930  

Blog Stats

  • 18,503 hits

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: