Viaggio agli antipodi

Testo e foto di Niccolò Bonini Baraldi ©2010, V^ B  sc. S. Alessandro, Bergamo . 

Prima di partire in molti mi hanno chiesto: ma che cosa ci vai a fare in Antartide? Sinceramente una risposta non ce l’ho, suppongo sia una mia naturale inclinazione che mi spinge verso i luoghi selvaggi ma anche molta voglia di apprendere dalla natura, che ritengo la nostra più grande maestra. E così per qualche tempo la mia scuola è stata l’Antartide, e madre natura la mia insegnante.

L’Antartide in effetti è una vera e propria miniera di informazioni: questo viaggio mi è molto servito da spunto per diversi studi storici, geologici e naturalistici che sto svolgendo e che convergeranno nella mia tesi di maturità al liceo scientifico. E così il 9 gennaio io e mia mamma salpiamo da Ushuaia (Argentina), la città più a sud del mondo, a bordo di una nave rompighiaccio di 83m, dirigendoci verso sud. Sulla nave ne abbiamo approfittato per assistere a numerose conferenze tenute dal personale di bordo molto interessanti e stimolanti su vari argomenti che riguardano l’Antartide: geologia, glaciologia, biologia marina, scienza politiche, scienze climatiche, ecc. Una volta affrontato il famigerato stretto di Drake giungiamo finalmente in prossimità della penisola Antartica: non mancano esclamazioni di gioia ed emozione nel vedere il primo iceberg.

Lo scenario antartico toglie veramente il fiato: le baie solitarie e silenziose, le immense colonie di pinguini, le foche sonnecchianti, le balene che nuotano attorno alla nave, gli iceberg dalle forme tanto bizzarre quanto inquietanti, il sole che non tramonta mai. Non sono poi mancate navigazioni in canali di ghiaccio a suon di scafo e visite guidate nelle basi scientifiche che svolgono lavoro di ricerca 12 mesi all’anno: tra queste la base Palmer Americana e la base Esperanza Argentina, entrambe ci hanno accolto calorosamente offrendoci visita guidata nella base e poi caffé e biscotti. In Antartide tutto è capovolto, gli unici colori che saltano all’occhio sono il bianco e il blu, la bussola gira a vuoto, non ci sono strade né edifici né automobili. La natura a quelle latitudini è ancora perfettamente intatta, come d’altronde lo era prima che l’uomo comparisse sul pianeta e lo modificasse. Essere in Antartide ha significato per me perdere contatto col mondo civilizzato, quello del denaro e delle macchine che gli esseri umani si sono costruiti col passare dei secoli, ha significato perdere le cognizioni di tempo e spazio, ha significato insomma esplorare un altro mondo o meglio questo stesso mondo, il nostro, che forse stiamo dimenticando.

Per informazioni:

manifestoperipoli@gmail.com; http://ilmanifestoperipoli.wordpress.com.

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